Politica, istituzioni e territorio. Dialogo oltre i partiti
Giuseppe Adamoli   adamoli1@alice.it
inserito il 17/4/2014 alle 13:14


Manca una settimana alla presentazione delle liste per le amministrazioni comunali (84 in provincia di Varese, 1042 in Lombardia). 
Come sta andando questa operazione di democrazia locale? Nella stragrande maggioranza dei comuni piccoli spariscono i partiti e avanzano le formazioni civiche.
Spesso sono liste autenticamente civiche meritevoli di successo ma tante volte sono liste politiche mascherate anche in modo maldestro.
C’è anche qualche caso opposto nel quale si registra l’arroganza di candidati sindaci “civici” che pur volendo i voti di un dato partito non vogliono in lista i rappresentanti locali di quel partito. Essere tenuti fuori da una lista di una comunità solo perché impegnati politicamente è sbagliato e mortificante.
Si sta registrando anche un altro fenomeno che solleva parecchi dubbi: ex sindaci che vogliono tornare ad essere sindaci. Qualche raro caso è giustificato.
Quasi sempre sono nostalgie che si scontrano con il necessario rinnovamento e non giovano al prestigio dei diretti interessati molti dei quali se ne renderanno conto quando sarà troppo tardi.

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inserito il 16/4/2014 alle 09:23


L’editoriale del Corriere di domenica di Ernesto Galli Della Loggia si chiede come mai la sinistra in Europa non riesca a trarre alcun vantaggio elettorale dal terribile disagio sociale esistente: 25 milioni di senza lavoro su potenziali 245 milioni.
L’editorialista illustra tre ragioni che semplifico e riassumo ma la sua analisi andrebbe letta:
La prima: La Sinistra è vittima della nostalgia di quella vera e propria età dell’oro che fu il lungo dopoguerra del consenso socialdemocratico (1945-1990). Prigioniera del passato, non è riuscita a mantenersi in sintonia con i tempi nuovi, a comprenderli e a trovare un ruolo compatibile ma diverso da quello dei suoi rivali.
La seconda: tutto questo impedisce alla Sinistra di accorgersi che parti centrali della sua narrazione non corrispondono più alla realtà. Pensa di rappresentare i bisogni ideali e pratici delle classi popolari ma questo è sempre meno vero. Non sta scritto da nessuna parte che i “poveri” debbano per forza pensare e fare cose di “sinistra”.
La terza: ciò che danneggia la Sinistra è il fatto che oggi i suoi esponenti vengono percepiti, giustamente, come una parte significativa dell’élite delle società europee, in molti casi ai vertici del potere e con un agio di vita prettamente borghese.
Matteo Renzi, secondo Galli Della Loggia, rappresenta una grande novità.
Uno, per il segretario del Pd non esiste più alcuna centralità - e quindi tanto meno nostalgia - né per la classe operaia né per il sindacato, pilastri dell’ormai tramontato consenso socialdemocratico.
Due, da lui è difficile aspettarsi scomuniche altezzose nei confronti di punti di vista e di insofferenze di segno «populista» o fatte comunque proprie dagli strati popolari. Per la giovane età, per il percorso tipicamente da outsider, il nuovo segretario del Pd è ben poco identificabile con la Sinistra dell’élite stancamente imborghesita.
Quella di Galli della Loggia è un’analisi che tutto sommato condivido. Purché non si concluda che i guai della sinistra derivino solo dal versante post comunista. Anche la sinistra post democristiana e la sinistra “laica” hanno le loro, sia pure minori, responsabilità.
Detto tutto ciò rimane però irrisolto il punto decisivo messo in evidenza dall’articolo: queste novità introdotte da Renzi daranno luogo a un’efficace azione di governo, riusciranno a oltrepassare la dimensione della leadership personale e a coagularsi in forme collettive, per esempio nella formazione di validi gruppi dirigenti?
La volontà e la capacità del Pd di formare una classe di nuovi dirigenti indipendentemente dalla loro “fedeltà” al capo è un interrogativo che sento anch’io sia per il livello nazionale che per i livelli territoriali.
 

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inserito il 15/4/2014 alle 09:48


Grande accoglienza ieri a Milano per Enrico Letta con la sua Lectio Magistralis all’Ispi sull’Europa. Non potevo mancare e non posso non parlarne sul blog.
E’ la gratitudine per un anno di governo estremamente difficile, per il senso di responsabilità, per l’intelligenza con cui ha gestito la transizione dell’alleanza governativa da Berlusconi ad Alfano, un capolavoro da molti sottovalutato che non per nulla costituisce l’architrave anche del governo Renzi.
Il suo discorso sull’Europa, lungi dall’essere accademico, è partito dal disastro economico finanziario e dalle responsabilità europee per enunciare, con la visione realista del governante, i cambiamenti profondi che sono necessari e urgenti. Il sentimento negativo verso l’Europa è comprensibile, il dialogo con chi lo esprime va ricercato e non altezzosamente respinto, è una sfida da raccogliere.
Moltissimi i punti chiave. La Commissione (il governo) deve riprendere il sopravvento sul Consiglio europeo (i governi nazionali). Rafforzare l’integrazione fra i 18 Paesi dell’euro (bilanci e fisco) è un’esigenza assoluta che la Germania dovrà comprendere. L’Europa della crescita, dell’educazione, della formazione, della sicurezza sociale deve entrare nelle famiglie italiane. Basta con i governi nazionali che scaricano sull’Europa i propri insuccessi.
Enrico Letta, una grande risorsa anche per il futuro. Grazie Enrico.

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inserito il 13/4/2014 alle 17:02


Una giovane del Pd (forse non iscritta) mi ha domandato questa mattina sul blog chi voterei fra Tsipras e Grillo alle europee e mi ha “ingiunto” di rispondere come ha dovuto fare lei con i suoi amici e amiche.
Rispondo sinteticamente così: se sto alle parole che dicono e non bado troppo alla compagnia di giro che in Italia accompagna Tsipras (foto) voterei per quest’ultimo. Sull’euro, sui “debiti sovrani”, sul contributo concreto che potrebbe dare in Parlamento mi pare più realistico, esperto, preparato e solido di Grillo.
Certo che il confronto tra i due mi porta a tenermi stretto il Pd e anche, sebbene un po’ grigio, Martin Schulz, il “kapò” di Berlusconi (ricordate?). Ai critici del Pse perché “vecchio” rammento che ci sono tre nuovi leader come Ed Miliband (Gran Bretagna), Matteo Renzi e Manuel Valls (Francia) a rappresentare tre grandi democrazie.
Sulle politiche economiche e sociali il programma di Schulz (spero che si differenzi molto di più dal partito popolare europeo) è integralmente compatibile con la linea del Pd.
La quale marca una forte lontananza sia da Grillo che da Tsipras.

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inserito il 11/4/2014 alle 08:27


L’esercito degli indignati è tornato in campo per l’affidamento ai servizi sociali di Berlusconi. Se si grida sempre al lupo si sa quel che capita anche quando si può aver ragione.
Ma non devono preoccuparsi troppo. L’anima di Silvio è già trasmigrata in Matteo come ha ribadito Sabina Guzzanti ieri sera da Lilli Gruber. Giusto così, il suo mestiere è far ridere.
Non saranno queste farneticazioni a cambiare la situazione.
Neanche Sabina Guzzanti e i tanti Ingroia riusciranno questa volta a resuscitare (politicamente) l’ex premier.
   

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inserito il 10/4/2014 alle 08:39

 

Cinque donne capolista Pd nelle cinque circoscrizioni europee. 
Felice di tante risorse che erano tenute nelle seconde linee.
Un solo dubbio: meritocrazia e mediacrazia?

 

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inserito il 9/4/2014 alle 10:35


Ci sarà tempo per discutere sul merito specifico del Def approvato dal Consiglio dei ministri
Elimina parte della spesa improduttiva, avvia una profonda ristrutturazione della macchina statale, mantiene le promesse per i famosi 80 euro in più in busta paga, per la riduzione del 10% dell’Irap, per le privatizzazioni, per il tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici.
Ci saranno un’infinità di scontenti e resistenze in ambienti nevralgici e potenti dello Stato che potranno essere superate solo con un governo molto forte, ma se così non fosse ci troveremmo di fronte alle solite chiacchiere senza reali conseguenze.
Il problema sarà di rendere permanenti e strutturali queste e altre innovazioni di sistema che comporteranno uno Stato più leggero senza però mancare ai doveri della solidarietà verso le fasce deboli.
La considerazione immediata è che si tratta di un programma di legislatura fino al 2018. La conferma viene dalle riforme non solo economiche ma istituzionali che sono programmate senza troppo riguardo alla distinzione fra compiti del governo e del Parlamento.
I tempi sono tali che la guida del Paese deve caricarsi della riforma complessiva del Sistema Italia con il senso di urgenza e l’autorità che gli è conferita dall’emergenza e, perché no?, dal Capo dello Stato, vigile e saggio come sempre.
E’ come se il premier dicesse: “Questo è il programma del governo se il Parlamento lo vorrà approvare nelle sue varie fasi, altrimenti diventerà la base del programma elettorale del Pd di cui sarò il candidato premier”.
Senza questa arma persuasiva rimarrà lettera morta. 
 

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