Politica, istituzioni e territorio. Dialogo oltre i partiti
Giuseppe Adamoli   adamoli1@alice.it
inserito il 23/8/2008 alle 11:34

Ieri ultima serata e discussione della mia vacanza a Bormio, all’ex “caffè delle guide”,  che fa seguito a quella di alcuni giorni fa sul ghiacciaio dei Forni in Valfurva (clicka qui). Ero con otto o nove persone semplici, con i piedi per terra, di varia tendenza politica. Abbiamo parlato, in italiano e in dialetto, di tasse, autonomia del territorio, fatti della vita. Ecco alcune pillole della chiacchierata.


• Tasse. Ovviamente non è mai bello pagarle ma, siccome si deve, meglio guardare in faccia chi le riscuote e vedere come le spende. In fondo una volta, con l’imposta di famiglia, si faceva così, almeno in parte, cioè per quanto riguardava le tasse comunali.
• Immigrati. Di solito uno non vuole quelli che lavorano per gli altri mentre sono benedetti quelli che lavorano per lui, magari in nero. Uno dei presenti (contadino-allevatore) se ne esce così: “Gliel’ho detto al Provera (Presidente della provincia di Sondrio della Lega) Bossi non deve esagerare con gli immigrati, se no, non lo voto più. Se mi portano via i due o tre che faccio lavorare perché magari non hanno tutte le carte in regola cosa faccio, chiudo la stalla?"
• Autonomia. Serve per far fuori un bel po’ di burocrazia. Troppi moduli da riempire, permessi inutili da chiedere, sempre col commercialista al seguito per chi ha un lavoro autonomo. Perché in Alto Adige, a trenta chilometri da qui, è diverso e per tagliare i boschi o mettere a posto una casetta in  montagna non devono fare tutte quelle carte? Loro hanno un’autonomia speciale? La vogliamo anche noi.

E’ stata una discussione lunga e interessante,  più istruttiva di molte “tavole rotonde”. Certo, in tutto questo c’è molto egoismo sociale (e anche informazioni in parte sbagliate), come del resto in tutti i corporativismi. Lo Stato svolge compiti indispensabili e costosissimi. Il localismo da solo porta al disastro. Però non sì può ignorare il senso profondo di questo disagio. Semmai bisogna convogliarlo nel quadro dell’interesse generale e nazionale. Io dico che tutto questo si può fare attraverso un regionalismo forte, responsabile, credibile, che rafforzi i comuni e tutte le autonomie locali, sociali e funzionali esistenti.
Ma io sono molto affezionato alla Lombardia e sono un inguaribile regionalista. E se mi sbagliassi?

Commenti dei lettori: 2 commenti - scrivi il tuo commento
Il regionalismo (ometto gli aggettivi sennò ci si perde) è interesse generale e nazionale? Cioè farà in modo che si buttino via meno soldi e il nostro stato passi da miserabile a moderno? Io credo di si. Deve però essere chiaro l'obiettivo da raggiungere... io chiedo, dove stiamo andando? si delinea una nazione federalista/regionalista moderna ed efficente oppure "franza o spagna purché se magna" o meglio "cambiare tutto perché non cambi niente"? Secondo me dobbiamo chiarirci in questo senso ... parliamo di regionalismo ma solo poche regioni sembra siano in grado di reggerlo, e allora? facciamo finta di niente? Non so se ti sbagli, io ti dico che voglio uno stato etico, che non butti via le sue risorse e che permetta a me, alla mia famiglia e a tutti gli Italiani una vita degna, non mi interessa il mezzo per arrivarci voglio che si raggiunga il fine. Se tu credi in un fine alto e nobile cercherai in un modo o nell'altro di raggiungerlo, e questo è l'importante.
Scritto da Catone il 24/8/2008 alle 09:05
Non credo molto al regionalismo in salsa italiana. Le regioni italiane, con qualche eccezione, sono prive di storia e cultura comuni. Non sono, da questo punto di vista, certamente paragonabili ai länder tedeschi o ai, sia pur piccoli, cantoni svizzeri. Se devo indicare le identità territoriali che più sento mie, indico quella “localistica” della cittadina dove sono nato e cresciuto, quella milanese (tenendo presente che i confini veri di Milano vanno ben al di là di quelli amministrativi), quella italiana e quella europea. Molto meno quella lombarda. E non credo che questa percezione sia soltanto mia. Perché, allora, incaponirsi su una architettura dello stato tutta incentrata sulle regioni? Perché non elaborare un disegno di riforma dotato di maggior fantasia e creatività, che valorizzi la storia autonomista – ma non regionalista – del nostro paese?
Scritto da Tony il 24/8/2008 alle 12:06
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