Spazio aperto di presenza e sussidiarietà.
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inserito il 23/4/2008 alle 17:32

Vincitori e Vinti

A dispetto del tam tam mediatico delle ultime settimane che paventava addirittura un pareggio tra PD e PDL, queste elezioni hanno incoronato un vincitore certo e inequivocabile: Silvio Berlusconi e il Popolo della Libertà. Il netto risultato elettorale (9 punti di vantaggio sul PD, 47 a 38) ha reso questa nuova forza politica il primo partito in Italia, così come in Lombardia e in Provincia di Varese. La nascita del Popolo della Libertà ha arginato le velleità del Partito Democratico di diventare il primo partito del paese; ha generato il perno decisivo del centro destra, soprattutto in molte regioni e province del Nord che hanno visto la forte avanzata della Lega Nord. Quindi la scelta di puntare sulla prospettiva di un partito unitario ispirato al partito popolare europeo si è rivelata azzeccata: in che scenari saremmo se oggi ci fosse ancora Forza Italia? La Lega Nord sarebbe il primo partito del nord e il Pd il primo partito al centro.

 
All’interno dell’alleanza che ha vinto c’è stato un dato sorprendentemente positivo della Lega, sorprendente più nelle dimensioni che nelle ragioni. Non c’è dubbio che i demeriti del Governo Prodi sono stati meglio interpretati dalla Lega. Temi come la sicurezza, l’immigrazione, gli effetti di decisioni come l’indulto, l’aumento della criminalità, l’immigrazione incontrollata, ma anche la stessa vicenda di Malpensa, hanno indotto molti elettori a dare un segnale forte. La domanda espressa nelle urne necessita però una risposta di Governo. Questo è il compito del PDL e anche della Lega. Un conto è incarnare un disagio per quanto reale; un altro è governare con risposte adeguate.
 
Come detto la Lega ha sicuramente giovato più di altri degli errori del Governo Prodi. Al tempo stesso però, ha partecipato, con merito, dei frutti che l’esperienza di governo in Regione Lombardia ha prodotto in questi anni. In 8 anni in Lombardia sono state votate 28.500 delibere sempre all’unanimità. Anche questo è stato un fattore importante dell’affermazione della Lega, oltre alla indubitabile forza di protesta che tutt’ora questo movimento mantiene. Il motivo del successo della Lega però non è da ricercare esclusivamente nell’accentuazione della propria forza contestatrice, ma, piuttosto, nella propria capacità di rappresentare un territorio con cui meglio di altri ha saputo tessere un rapporto forte. Adesso l’aspetta il compito di saperla incanalare all’interno di una proposta di governo che ne colga gli aspetti migliori, li temperi e li rafforzi.
 
Dunque è chiaro chi ha vinto, ma chi ha perso? Ha perso certamente la sinistra estrema e massimalista. Ha perso la sinistra radicale che da oltre 100 parlamentari è scesa a zero, punita, oltre che dai propri errori, da un’evidente scelta popolare che ha ridotto ad un terzo il consenso tradizionale di quell’area politica (dall’8-9% al 3%). La gente ha voluto dare un segnale forte a favore di chi si assume il rischio di dare delle risposte, cioè di dire dei sì. Il “partito del No” è il vero sconfitto di queste elezioni.
 
E il PD? Parafrasando Veltroni potremmo dire che: il PD ha perso, ma ha anche vinto. Ha vinto perché ha contribuito alla semplificazione del quadro politico e all’evoluzione della sinistra verso una formazione riformista senza la zavorra della sinistra radicale. Al tempo stesso, però, ha dimostrato che la politica non è sogno, che quando si fa una proposta alla gente non basta distribuire polvere d’oro ma occorre spezzare il pane della concretezza. Gli scenari delle “meravigliose sorti e progressive”, il mito del buonismo che ci ha dipinto Veltroni (missionario africano o nuovo Obama all’amatriciana) non ha attecchito. Occorre una proposta credibile fatta del lavoro di ogni giorno, della presenza sul territorio, di una capacità di produrre risultati visibili che, ad oggi, la proposta del PD, soprattutto nelle regioni del Nord dove continua ad essere largamente minoritaria, non ha ancora.
 
Merita una considerazione la vicenda del voto, cosiddetto, cattolico. Queste elezioni insegnano che i cattolici - i riferimenti sono all’UDC e alla lista di Giuliano Ferrara - sono tanto più “utili” ed incisivi nella vita civile quando, invece dello sventolio di una bandiera idealmente “pura”, scelgono di essere sale capace di dare sapore alle proposte politiche che si candidano a governare per il Paese. Il compito dei cattolici oggi non è quello di sventolare una bandiera immacolata, che raccoglie il 4% dei voti e condanna all’infecondità. I cattolici che hanno scelto di stare in uno dei due partiti maggiori, hanno oggi certamente più capacità di incidere sul futuro della vita politica italiana di quanto abbiano quelli che hanno scelto di rimanerne fuori. Questa scelta dimostra un’assoluta miopia politica. Seguendo l’insegnamento evangelico potremmo dire che “se è dai frutti che si riconosce l’albero”, questa scelta porta frutti privi di contenuto nutritivo, cioè non producono. E’ più efficace la scelta di chi sta di qua o di là. E dal punto di vista degli schieramenti è evidente che c’è più spazio per i valori e i contenuti della tradizione cattolica e per l’applicazione della Dottrina Sociale della Chiesa nel PDL, che non nel PD. Anche questo dovrebbe far riflettere tanti cattolici e tanti esponenti della gerarchia.
 
La Lombardia?
 
Cosa succederà in Lombardia? Innanzitutto, non c’è dubbio, che più Lombardia farà bene all’Italia. Che ci sia un’iniezione di metodo lombardo e anche di persone che sono state protagoniste in Lombardia a Roma è un aspetto che non può che rafforzare l’azione di governo per il bene del Paese. Al tempo stesso però, dovrà essere una preoccupazione comune far sì che la Regione Lombardia continui ad essere quel modello del buon governo costruito lungo questi ultimi 13 anni grazie all’esperienza di Roberto Formigoni e di chi lo ha accompagnato e ha governato con lui, nel Polo prima, della Casa nella Libertà poi e adesso nell’alleanza Popolo della Libertà – Lega Nord. Se Formigoni verrà chiamato a dare in prima persona manforte a questo processo di cambiamento del Paese, occorrerà che, qualunque sia il nuovo assetto della Regione Lombardia, non sia a danno della continuità di quest’esperienza paradigmatica e positiva. Talmente positiva, che ancora una volta la Lombardia è la regione che ha dato il miglior risultato al Popolo della Libertà e all’alleanza del centro destra.
Se Formigoni porterà a termine il suo mandato fino al l 2010 non sarà certo un fatto negativo per la Lombardia e i Lombardi. Forse lo sarà per il Paese
 
La terza Repubblica, la nuova Costituente
 
Questa legge elettorale, pur avendo tanti difetti, a cominciare dall’impossibilità di esprimere delle preferenze, fatto che porta i politici a legittimarsi verso il “Principe” anziché verso il popolo, ha favorito una semplificazione del quadro politico generale. Da 39 partiti presenti in Parlamento si scende sostanzialmente a non più di 5 significativi: i 4 presentatisi alleati e l’UDC. Oggi lo scenario politico appare bipartitico più che bipolare. Sullo scacchiere nazionale sono solo due i partiti in grado di aggregare il consenso per contendersi la vittoria (PDL e PD). I cittadini, nei fatti, hanno sostanzialmente evidenziato di avere già scelto uno schema semplificato. E questa semplificazione, come accenna il prof. Vittadini, può favorire il realizzarsi di quelle riforme necessarie al Paese evidenziate nel Rapporto 2007 “Sussidiarietà e riforme istituzionali”. La scelta popolare è stata chiaramente polarizzata. Gli italiani hanno dimostrato di volere un sistema politico semplificato. E’ quindi compito della politica fare proposte che vadano in questa direzione.
 
Un risultato elettorale così netto garantisce la governabilità. Per certi versi, siamo andati anche al di là delle aspettative più ottimistiche. Tutti si aspettavano 10-15 senatori di vantaggio per Pdl-Lega-Mpa nel migliore dei casi. Ce ne sono 38 (168 pdl-lega-mpa e 130 pd-idv) e 100 sono i deputati di differenza. Un simile risultato non consente alibi di sorta. Questa diventa la legislatura in cui PDL e Lega devono dimostrare di essere la vera forza riformatrice del Paese, cioè quella che è in grado di mettere in campo le risposte di cui il Paese ha bisogno sui temi più importanti. In questo senso questa dovrà essere una legislatura costituente. Costituente perché deve fare le riforme istituzionali. Deve superare il bicameralismo perfetto, introdurre il federalismo fiscale e proporre finalmente forme più spinte di sussidiarietà. Deve portare il cittadino e la società a essere protagonisti, superando quello schema rigido che in questi anni ci ha inchiodati al semplice decentramento amministrativo e ad una sussidiarietà, tutt’al più, verticale che non ha permesso di esprimere al massimo le potenzialità del Paese. Le condizioni e il tempo sembrano essere mature per una vera riforma costituente: questa volta deve essere la volta buona. Ancora una volta su questa strada la Lombardia dovrà essere un modello all’avanguardia.
 
Liberamente Politica
Commenti dei lettori: 1 commento - scrivi il tuo commento
Concordo su quanto analizzato.Ora attendo i risultati degli impegni che attendono la coalizione vincente.Un po' troppa enfasi per "la Regione Lombardia".La sanità è buona ma i servizi "cartacei" delle ASL sono molto rallentati (è un piccolo esempio).Non si dimentichi quanto promesso e promosso.Siamo usi ha dimenticare le cose che non ci interessano in prima persona.Gli altri si arrangino. la sussidiarietà è la base del vivere comune. In passato, purtroppo, le risoluzioni sono state per pochi.
Scritto da Franco G il 24/4/2008 alle 15:04
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