Un grafico al giorno leva lo spread di torno
Mario Agostinelli   agostinelli.mario@gmail.com
inserito il 13/11/2010 alle 09:27

Mentre esaminiamo i dati deludenti del vertice di Seul, dove l’ha fatta ancora una volta da padrona la finanza mondiale, nessun giornale riporta l’interesse che a questo incontro riservavano i paesi a più basso reddito, quelli per cui l’agricoltura e la fame sono le questioni da risolvere.  La crisi alimentare del 2007-2008 ha rimesso cibo, fame e agricoltura al centro della scena. Ma la destabilizzazione del sistema agroalimentare non è dovuta a un peggioramento dei suoi fondamentali produttivi o a un improvviso impennarsi della domanda di cibo. La crisi dipende da una crescente concentrazione della produzione industriale, il dirottamento della risorsa alimentare verso crescenti utilizzi energetici e verso una ipertrofica zootecnia industriale. L’offerta –mercantile- di sementi di varietà migliorate, non escluse quelle transgeniche, di pesticidi e fertilizzanti cerca di imporre in tutto il mondo una “modernizzazione” complessiva dell’apparato produttivo.

Vittime predestinate di questo approccio sono i produttori di cibo, per definizione pre-moderni, e il contributo che il lavoro e il presidio sul territorio rurale offrono, rimpiazzati da tecnologie, capitali ed energia fossile oramai disponibili solo a condizione di mercato. Queste cose le sa bene anche chi da noi promuove i prodotti biologici. Ma nella parte più povera del mondo i “pre-moderni” sono essenziali, dato che l’interconnessione delle molteplici crisi che emergono in questi anni – ambientale, climatica, economica, sociale, occupazionale, oltre che alimentare – rendono piuttosto evidente come una produzione di piccola scala, diffusa, inclusiva, ecologica, presenti soluzioni e ammortizzatori per molte tensioni.

Un miliardo e trecento milioni di piccoli produttori di cibo non possono più essere visti come bacino di manodopera di sostituzione per l’industria (tra l’altro ormai impossibile da assorbire) o retaggio di un passato, ma come la componente chiave di un rilancio dell’attività agropastorale, capace di leggere e curare il caos climatico, di gestire e valorizzare le risorse naturali. Purtroppo a Seul sono stati presenti solo gli interessi della industria multinazionale agroalimentare e sui nostri giornali non sono apparsi i cartelli con gli slogan con cui i contadini del Sud del mondo manifestavano contemporaneamente per il cibo e contro l’aumento di temperatura dovuta alle emissioni di CO2: “la piccola agricoltura campesina rinfresca la terra!”.

 

Commenti dei lettori: 2 commenti -
Consiglio la lettura del libro di Lester B. Brown.... Pianeta 3.0
Scritto da Federico il 12/11/2010 alle 15:01
Caro Mario, grazie. Faccio girare e ti posto sulla pagina di giornalisti nell'erba. Cercala, su FB
Scritto da susanna calti il 14/11/2010 alle 06:41
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