Ascoltare e lavorare insieme.
Stefano Tosi   tosi@tosi.it
inserito il 8/3/2011 alle 14:51

In provincia di Varese le donne occupate sono 164 mila. Ma il tasso di attività é ancora basso. Le donne diventano occupate con maggiore difficoltà e spesso lasciano il lavoro per l'impossibilità di conciliare gli orari dell’ufficio con quelli della famiglia.
La maggior parte delle aziende ritiene che una dipendente donna e mamma, “pesi” soprattutto in termini di assenze.
Ieri, durante il convegno “Concilia? Dipende – le donne tra impresa e famiglia proposte di vita alternativa” organizzato dal gruppo donne impresa di Confartigianato (che rappresenta 2mila imprese rosa sulle 15mila della provincia iscritte a Confartigianato) sono stati presentati i risultati di un’indagine della Camera di Commercio di Monza Brianza. Dall'indagine traspare che il 55% delle aziende varesine reputa le donne con famiglia più assenteiste e l’8% pensa che conciliare famiglia e lavoro riduce la produttività. Per aiutare le donne nella conciliazione degli orari, il 47% degli imprenditori artigiani del nostro territorio ha adottato una politica di orari flessibili, mentre l’11% offre la possibilità di un part-time.
Certo è che non si può scaricare il problema solo sulle aziende, occorre avere a disposizione servizi adeguati e moderni e bisognerebbe sfruttare di più i contributi per la conciliazione anche se dotati di poche risorse e di difficile accessibilità.
Anche in tema di occupazione femminile, quindi, bisogna spingere per una maggiore semplificazione e per il miglioramento della qualità delle politiche sociali, per un approccio culturale più dinamico.
Concludo con un augurio: mamme, impiegate, professoresse, chiunque voi siate, continuate a chiedere con forza maggiori incarichi e responsabilità.
C’è bisogno della vostra capacità.
Buon 8 marzo.
 

Commenti dei lettori: 1 commento -
Piccolo suggerimento: ripristinare la legge contro le dimissioni in bianco. Quella cancellata dal governo Berlusconi praticamente all'atto del suo insediamento. Quella che impediva alle imprese di chiedere alle donne di firmare, all'atto dell'assunzione, una lettera di dimissioni volontarie senza data. La data poi ce la mette il datore di lavoro, magari quando scopre che la donna incinta, o ha un figlio da curare, o semplicemente si sposa e quindi magari procrea.
Scritto da Michela Barzi il 9/3/2011 alle 10:30
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