Un grafico al giorno leva lo spread di torno
Mario Agostinelli   agostinelli.mario@gmail.com
inserito il 9/3/2009 alle 11:33

Da molti anni alcuni missionari comboniani varesini sostengono una campagna di giustizia a favore delle popolazioni indigene e contro la Rio Doce, una delle più grandi multinazionali minerarie del mondo. Per mettersi in contatto con loro padredario@gmail.com.

Açailândia, città dello stato brasiliano del Maranhão, significa «la terra dell’açaí’», un frutto rosso sangue che è stato risucchiato via dal disboscamento. L’Amazzonia è lontana. Qui ormai è giunto il deserto. Deserto verde: monoculture di brachiaria, che è l’erba dei pascoli immensi nei latifondi. O di eucalipto, la «tenda verde» utilizzata per nascondere i forni di produzione del carbone. Qualcuno ricorderà come alcuni in Italia hanno utilizzato l’eucalipto per bonificare le paludi del Lazio; oggi in Maranhão esistono piantagioni di questa specie con centinaia di milioni di alberi, cresciuti in suoli diserbati dal concime chimico. Açailândia è una strofa della storia dello sviluppo in Brasile che bisognerebbe far conoscere per evitare di ripeterla in altri luoghi. Le segherie hanno mangiato legna fino a dieci anni fa senza lasciare nemmeno le briciole. Poi si sono tutte trasferite in Pará, piú a nord, lasciando solo la segatura. La Estrada de Ferro Carajás é una delle maggiori ferrovie mai costruite: 892 chilometri per collegare il piú ricco giacimento di ferro del mondo -Carajás- a uno dei principali porti commerciali dell’America latina: São Luís. Ci passano quotidianamente dodici treni di 330 vagoni e quattro locomotive carichi di minerali. Nel solo 2005 il guadagno netto della ferrovia è stato di piú di 200 milioni di dollari.
Senza calcolare che oggi il minerale di ferro imbarca a São Luís al prezzo di cinquanta dollari alla tonnellata e viene riscaricato in Cina a 140 dollari. La stessa impresa che estrae il minerale, Vale do Rio Doce, si occupa del suo trasporto, occasione per altri guadagni massicci. La Vale do Rio Doce è la seconda compagnia mineraria del mondo. Questo colosso ha 35 mila impiegati, 10 mila domande di lavoro nella sola regione dei giacimenti e una esternalizzazione ad altre aziende del 90 per cento della mano d’opera locale. Fa capo alla compagnia Vale do Rio Doce lo sfruttamento complessivo di questa fonte di ricchezza, nei suoi diversi passaggi: il ciclo di estrazione del minerale di ferro, la fusione nelle industrie siderurgiche locali senza nessun tipo di filtro né controllo ambientale, il consumo di carbone per alimentare gli altiforni, la devastazione della foresta vergine per ottenere carbone vegetale e le piantagioni massicce di eucalipto per sostituire la foresta che c’era prima. Lo sfruttamento minerario è solo una tappa della grande sequenza dello sviluppo: un anello di cui non si riconosce piú l’inizio. Latifondo, disboscamento per produrre, allevare o ricavare carbone, incendi costanti per ripulire grandi aree improduttive da destinare a pascoli, monocultura della soia e dell’eucalipto, industrie siderurgiche, tir.
Il dolore che questo sistema provoca non è solo per la foresta, ma per tutta la vita che vi si incontra: le popolazioni indigene, ad esempio, sono spesso vittime inconsapevoli del «progresso».
Da fine 2007 è nata una campagna, chiamata Justiça nos Trilhos (Sui binari della giustizia) che sta organizzandosi in rete anche con gruppi di vari paesi del mondo che vivono le stesse contraddizioni. Gli obiettivi della campagna sono tre: ottenere indennizzazioni per tutte le violazioni commesse da Vale do Rio Doce nel corridoio della ferrovia, forzare le operazioni di compensazione ambientale che sono state assunte come impegno, ristabilire un fondo di sviluppo della regione intera, a quota fissa annuale proporzionale ai guadagni della compagnia, gestito da un consorzio di municipi e movimenti sociali locali.
Per sostenere la campagna
www.justicanostrilhos.org 

Categoria: Idee e proposte
Commenti dei lettori: 2 commenti -
Un caso esemplare di spoliazione economica e culturale come moltissimi altri nel terzo mondo. Purtroppo nell'era della mondializzazione e della rete planetaria di comunicazione di casi come questo si parla poco o non se ne parla affatto. Meglio il pi¨ rassicurante "local" per quanto sgradevole possa essere in molti casi. Sarebbe comunque interessante sapere dietro Vale do Rio Doce quali capitali si muovono accanto a quelli brasiliani.
Scritto da cesare chiericati il 9/3/2009 alle 15:48
Grazie mille per questa segnalazione. Aggiungo che c'Ŕ un gruppo in Italia di sostegno a Justiša nos Trilhos, inserito nella dimensione di lavoro internazionale della campagna. Justiša nos Trilhos infatti coinvolge non solo i missionari comboniani, ma molte realtÓ diverse in Brasile, in Canada, in Mozzambico, in Cile, in Italia. Per sostenere questa lotta per la giustizia ambientale e sociale ed avere maggiori infomrazioni (articoli, foto, documentazione ...): binaridigiustizia@gmail.com
Scritto da Silvia Marcuz il 22/3/2009 alle 10:55
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