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inserito il 13/3/2010 alle 08:09
Non amiamo gli allarmismi e non ci piace neppure l'uso di un linguaggio muscolare modellato sugli schemi linguistici imposti dalla Lega Nord e da Berlusconi, ma è difficile trovare le parole giuste per definire quanto sta accadendo in Italia. "Emergenza democratica" ci sembra la parola più giusta per fotografare la situazione. Si tratta davvero di ore tra le peggiori mai attraversate dall'Italia repubblicana. La legge non è più uguale per tutti, il più forte può fare quello che vuole calpestando norme e regole, la giustizia discende dalla volontà del sovrano che può decidere a suo piacimento. Il tutto avviene mentre, nelle stesse ore, si è deciso di assestare un colpo micidiale alla libertà di informazione e alla medesima contrattazione attraverso la sostanziale cancellazione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Il presidente Napolitano era obbligato a firmare? Molti e autorevoli costituzionalisti pensano di no, ma non ci sembra questo il momento per spostare l'attenzione da Berlusconi a Napolitano: una parola di troppo,una legittima rabbia potrebbero spaccare il fronte delle opposizioni e aprire la strada ad una brutta avventura. Penso che si debba costruire la più larga alleanza tra chi ancora crede nello stato di diritto e nella legalità repubblicana. Spero che oggi a Milano e a Roma ci siano migliaia di donne e di uomini capaci di anteporre la passione civile e l'amore per l'interesse generale a qualsiasi interesse di parte, di partito di fazione. Per litigare e per dividersi ci sarà, purtroppo, sempre tempo, ma adesso è il momento della unità popolare contro ogni forma di arbitrio, di violenza, di censura. Commenti dei lettori: scrivi un commento
inserito il 12/3/2010 alle 09:03
“Cambiare si può”. Oggi queste tre parole “circoleranno” nelle strade e nelle piazze di tutta Italia, risuoneranno nei cortei, nei presidi, nei comizi. Ancora una volta scendono in campo i lavoratori, i pensionati, tutti coloro che sono tartassati dalla crisi, che pagano un prezzo altissimo in termini di posti di lavoro, di retribuzioni. Irrompono in uno scenario di un paese sempre più spinto verso il baratro. Proprio il giorno seguente, sabato 13, saranno le forze politiche del centrosinistra, movimenti, associazioni, il popolo viola, a mettere sotto accusa chi sta gettando l’Italia nel caos, il governo del decreto salvaliste, a battersi per difendere la Costituzione, a rivendicare nuove politiche economiche e sociali. La difesa del mondo del lavoro non è altra cosa dalla difesa della democrazia. E’ il governo che Epifani chiama più volte in causa: lavoro, fisco, cittadinanza, diritti, l’attacco all’articolo 18. La Cgil si batte perché il governo operi un cambio di passo deciso nella gestione della crisi - che deve ancora riversare sull’occupazione i suoi effetti più duri - in difesa del lavoro, per la risoluzione delle vertenze, per un’idea strategica di politica industriale. Sui temi dell’immigrazione, la CGIL chiede politiche di accoglienza e di lotta alle nuove schiavitù, con la sospensione delle legge Bossi-Fini per i migranti in cerca di occupazione e con l’abolizione del reato di clandestinità. I redditi da lavoro sono quelli che più hanno pagato le tasse in questo momento di crisi. E non è un fenomeno passeggero ma riguarda l'intera strutturale del nostro prelievo fiscale. Serve dunque una riforma fiscale per sgravare, subito, lavoratori dipendenti e pensionati ai quali restituire anche quei 500 euro di fiscal drag pagati in maniera inconsapevole. Infine, le critiche all'arbitrato e la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori entrano di diritto nelle ragioni dello sciopero. L'arbitrato proposto dal ministro Sacconi non è una libertà in più ma una libertà in meno. Dire che si deve scegliere tra giudice e arbitrato è un diritto in meno che si toglie al lavoratore. La norma che inserisce l'arbitrato per i conflitti di lavoro, infatti, configura un indebolimento delle garanzie sul lavoro e può diventare una forma di pressione indebita al momento dell'assunzione dei giovani. Commenti dei lettori: 1 commento
inserito il 11/3/2010 alle 10:06
"Le firme sono macroscopicamente false!”, tuonava il Giovanardi, “procure e uffici preposti escludano le liste presentate in modo irregolare!”. “Le autorità competenti facciano controlli a campione sull’autenticità delle firme!”, strillava il Tajani. “E’ una truffa agli elettori!”, fremeva il Landolfi. Era il marzo 2005, vigilia delle Regionali, e s’era appena scoperto che Alternativa Sociale, la lista di Alessandra Mussolini allora in guerra con la Cdl, aveva presentato centinaia di firme false. Tutta la Cdl, temendo l’emorragia di voti verso la transfuga che nel Lazio avrebbe favorito Marrazzo contro Storace, si trasformò in un sinedrio di giureconsulti ultralegalitari che, legge elettorale alla mano, ne invocavano il rispetto fino all’ultimo codicillo. “E’ una partita a carte truccate”, si stracciava le vesti Storace, “qui si gioca sporco, la campagna elettorale va combattuta ad armi pari”. Ciccio Epurator denunciò la Duciona alla magistratura per farla escludere dalle Regionali. E il 12 marzo As fu cancellata dal Tar. La Nipote gridò al golpe e avviò lo sciopero della fame, mentre la Cdl intonava esultante il De Profundis. Storace: “Ha raccolto firme false, è finita”. Martusciello: “Quando ci sono le elezioni bisogna rispettare le regole”. La Russa: “Possono capitare 2,3,10 firme contestabili, ma qui si parla di centinaia! Pecioni! Dicono di aver dietro falangi, poi non mettono insieme 4 firme regolari”. Gasparri nei panni di Pm: “E’ un reato associativo, un attentato alla democrazia. Cosa c’è di più antidemocratico che falsare la competizione elettorale con firme false? Il capo dello Stato non ha nulla da dire ? ”. Calderoli: “Predicano bene e razzolano male, parlano di moralità e poi ricorrono a mezzucci”. Formigoni (sì, lui): “Le regole vanno sempre rispettate. E’ giusto che ci sia un controllo rigoroso degli eventuali abusi e che siano puniti coloro che ne hanno commessi. Gli organi preposti verifichino se le firme sono corrette o false”. Maroni: “Voglio sanzioni ancor più gravi della semplice esclusione delle liste: chi raccoglie firme false fa una truffa elettorale”. Capezzone: “S’i m p o n go n o controlli a tappeto anche con l’ausilio di osservatori internazionali su tutte le liste presentate in tutt’Italia”. Bondi: “Comportamento disgustoso e immorale della sinistra che non condanna chi viola le leggi”. La Russa: “Bastava che la Mussolini raccogliesse qualche migliaio di firme in più”. Castelli: “Le firme van raccolte onestamente secondo la legge”. Poi si scoprì che le firme false le aveva infilate qualcuno dello staff Storace con accessi abusivi all’anagrafe della regione. E il Consiglio di Stato riammise As. Berlusconi: “Sentenza paradossale: riammette una lista con firme false. Per salvaguardare la correttezza democratica del voto, il Consiglio di Stato avrebbe dovuto occuparsi del fatto principale, cioè delle firme false, e non di un cavillo”. Commenti dei lettori: 2 commenti
inserito il 10/3/2010 alle 08:33
Si chiamano Acea, Iride, A2A ed Hera. Ricordate bene questi nomi perché presto potrebbero essere loro a gestire i servizi idrici di alcuni consorzi di comuni lombardi. Queste società, inizialmente totalmente municipali, in seguito a sola maggioranza pubblica, ma ora quotate in borsa e sempre più bramate dal capitale privato delle grandi multinazionali che cercano compartecipazioni nel “business dell’oro trasparente” e che già gestiscono servizi nei comuni italiani, guardano ora alla Lombardia per estendere i loro profitti. Questo grazie al decreto del governo Berlusconi 135/2009, conosciuto come “Decreto Ronchi”, che apre alla privatizzazione dei servizi pubblici locali: acqua, raccolta e smaltimento rifiuti. Così le vecchie municipalizzate, ormai teste di ponte degli affari privati, avranno accesso privilegiato alla gestione degli acquedotti ancora totalmente pubblici, ma in via di lento e sotterraneo passaggio all’interesse del profitto privato con copertura politica. Tipica situazione in cui si trovano molti dei cosiddetti ATO della nostra regione, che secondo la strategia di Formigoni e della sua Giunta dovranno passare al privato dopo le elezioni di Marzo. Le società stanno muovendo passi per acquisire parte dei servizi a Pavia, Mantova, Brescia e Cremona. Per quanto riguarda Varese, A2A è già della partita, visti i suoi legami con le municipalizzate della provincia, ma se ne parla poco solo perché tra la Lega di Fontana e Candiani e il PDL di Caianello e Buscemi la lotta per le poltrone è ancora irrisolta. Le numerose deroghe del Decreto Ronchi permettono infatti alle società quotate in borsa di bypassare le gare pubbliche di appalto e aggiudicarsi così parte delle società pubbliche. Costi, contenuti d’acquisto e profitti in crescita: ecco cosa ricercano queste società, alla faccia del bene pubblico e delle tariffe dei cittadini. Anche giornali come Il Sole 24 Ore ne hanno parlato in modo esplicito con un articolo di Sara Monaci pubblicato lo scorso 24 febbraio. Ma in questa campagna elettorale “lorsignori” tacciono per non sollevare malumori nell’elettorato. Parliamone, invece e andiamo a capire se i brogli sui listini elettorali di PDL e Lega magari non avevano a che fare con queste prosaiche intenzioni e sullo sgomitare dei potentati locali per gli interessi che suscita amministrare il patrimonio della Lombardia. Bisogna continuare a tenere sotto controllo questi movimenti, che potrebbero portare nelle mani di pochi, che governano senza scrupoli i nostri territori, un bene che consideriamo comune e non vendibile: la nostra acqua! Commenti dei lettori: 6 commenti
inserito il 9/3/2010 alle 09:11
Un buon Capo di Stato deve conoscere a fondo il dna della propria Nazione per costruire una politica del cambiamento. E’questo l’unico modo per scongiurare la risacca delle promesse disattese e la conseguente delusione dell’elettorato. Lo ha imparato a proprie spese il presidente degli Stati Uniti, e premio Nobel per la Pace, Barack Obama. L’uomo del cambiamento, che a poco più di un anno dall’inizio del mandato presidenziale si presenta imbrigliato da una fitta rete di sconfitte politiche che ne appannano l’immagine e la credibilità. La versione ‘obamiana’ di riforma sanitaria Usa, una mediazione al ribasso avanzata dal presidente per sbloccare la legge rimasta incastrata tra le due versione inconciliabili della Camera e del Senato statunitensi, rappresenta, in questo senso, la fine di un ciclo. Nel testo del presidente svanisce, infatti, la famosa ‘opzione pubblica’ che avrebbe garantito una copertura pressoché universale del diritto alle cure mediche. A restare sul tavolo è un inconsistente obbligo per i cittadini americani di stipulare una polizza privata, tutt’al più con un incentivo federale. Un testo che si lascia definitivamente alle spalle la sfida di riformare in profondità l’iniquo sistema ospedaliero Usa, accontentandosi invece di allargare la copertura medica ad una nuova fetta di cittadini statunitensi. Così l’opinione pubblica scopre l’impossibilità al “cambiamento”, nonostante le promesse del “presidente dei sogni”. Ma il sistema lobbistico delle Assicurazioni private è parte imprescindibile del dna della nazione. Spostando lo sguardo oltreoceano, la ferita afghana continua a sanguinare senza sosta con 1000 soldati caduti nel 2009, quando una vittoria della coalizione militare anti-taliban, guidata dagli Stati Uniti, è distante anni luce dalla realtà delle cose. L’ondata di violenze scatenata delle truppe americane in Afghanistan, risponde alla precisa volontà del presidente Obama di chiudere una volta per tutte la partita con i talebani. Ma, al di là delle implicazioni morali di questa continua emorragia di vite umane, i risultati della new strategy della Casa Bianca al momento sono più che scadenti. Una politica estera, quella dell’Amministrazione democratica, che sembra aver perso su tutti i fronti il polso della situazione.A partire dalla questione iraniana, in merito alla quale continuano a circolare voci su una possibile soluzione militare contro Teheran, passando per il Medio Oriente, su cui Obama non ha saputo dire nulla di convincente, fino ai deteriorati rapporti con il gigante cinese. La destabilizzazione degli equilibri internazionali sembra essere un altro tassello del dna americano, a cui Obama non può o non vuole porre un rimedio radicale. Forse la partita che ha aperto congli umori profondi della nazione che l’ha eletto è troppo difficile o forse, speriamo, è ancora da giocare, ma il resto del mondo democratico e l’Europa in particolare non lo possono lasciare solo. Commenti dei lettori: 2 commenti
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