"abbiamo saputo restare legati alla gente, ascoltarla e dare risposte"
(Bossi)

Luciana Ruffinelli   lucianaruffinelli@libero.it
inserito il 6/3/2010 alle 15:08

 

In tanti mi chiedono come porto avanti la campagna elettorale, se sono seguita da qualche agenzia di comunicazione, quanto sto spendendo.

 

A quest’ultima domanda rispondo subito che, dopo la sospensione per la nota vicenda delle firme contestate,  il mio piano personale prevede solo spese essenziali di comunicazione: la stampa di una cartolina da inviare agli elettori, un pieghevole da distribuire a gazebo e mercati e santini a iosa per che li vuole.. per non dimenticarmi.  Di conseguenza le spese di spedizione delle cartoline. Sui giornali per ora ho sottoscritto solo un contratto con due quotidiani per un messaggio alle donne in occasione dell’8 marzo. Ci tenevo a dire la mia condivisione dei loro desideri più naturali e la possibilità di dare risposta alle loro esigenze  attraverso una azione nelle istituzioni.

Per la comunicazione ho anche aderito a una proposta di inserzione saltuaria su VareseNews, che in tantissimi mi dicono di “aprire” quotidianamente.

 

Tutto qui: niente camion vela,  autobus serigrafati o manifesti con i faccioni. Piuttosto che ad una agenzia di comunicazione, ho chiesto aiuto a una delle mie figlie per la parte fotografica e grafica. Insieme abbiamo scelto che la foto ufficiale fosse un’istantanea “naturale”, scattata ad un mercato. La Lega Nord ci  ha proposto di tenere un profilo di sobrietà che nel momento di crisi economica è certamente il più consono.

La presentazione dei candidati regionali, per esempio, è avvenuta in una cornice davvero speciale, in una fabbrica di Segrate in mezzo a “tute blu” che ci hanno accolto con simpatia, tra grandi ruote dentate e sotto i giganteschi carri-ponte. Da lì abbiamo lanciato il nostro programma elettorale: il focus della prossima amministrazione sarà la Piccola e Media Impresa.

 

Personalmente continuerò ad incontrare il mondo dell’economia reale: il 1° marzo ho condotto un incontro “ Crisi economica: la difesa del Nord” con la illuminate presenza di Giuseppe Bonomi, Marco Reguzzoni e Michele Tronconi; il prossimo 19 marzo continuerò con i protagonisti territoriali della vicenda, in un incontro, sempre ai Molini Marzoli di Busto Arsizio, dal titolo “Busto chiama Regione: esigenze ed opportunità”.

 

Ma c’è una parte di campagna elettorale che in questa tornata mi sembra particolarmente significativa: la crisi mette in ginocchio anche i consumi ed è quindi ancor più importante la difesa che da sempre la Lega Nord sostiene dei negozi di vicinato e dei mercati.

Intendo essere presente nei mercati della provincia per incontra le gente, per parlare con loro, per fare la spesa insieme a loro, provando il risparmio e il piacere dell’incontro colloquiale tra venditore e acquirente.

Intendo andare in qualche negozio di vicinato a fare lì gli acquisti di questo periodo, soprattutto là dove si vendono prodotti “made in Italy” o generi alimentari che provengono dal nostro territorio.

Insomma in tutti gli incontri vorrei, prima di proporre me stessa come candidata, ascoltare e  capire, come ho sempre cercato di fare, e comportarmi in modo da porre al centro dell’attenzione le realtà in cui la Lega fortemente crede.

I miei prossimi appuntamenti sono al Gazebo di Castagnate domenica 7, a quello di Vedano lunedì 8, al mercato Jerago e a quello di Busto giovedì 11. Poi verranno i negozi di vicinato.

 

Per ultimo dico del mio slogan: mi è venuto di getto e ci tengo molto: VINCE LA LEGA VINCE LA GENTE”. Non credo abbia bisogno di spiegazioni.

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inserito il 19/2/2010 alle 19:58

 

Il Consiglio Regionale ha approvato il 3 febbraio 2010 un progetto di legge, presentato dalla sottoscritta, consigliere regionale della Lega Nord, che promuove l´istituzione del "Marchio Collettivo Provinciale."

Il Marchio Collettivo Provinciale  potrà essere utilizzato per contraddistinguere i prodotti dei settori agroalimentare e florovivaistico caratterizzati da una elevata tipicità e qualità.

La necessità di contrassegnare questi prodotti con la provenienza del territorio di origine, nasce dalla esigenza di favorire il consumo di beni prodotti localmente, con garanzie di ottime materie prime, correttezza di lavorazione, rispetto delle normative sul lavoro. Può essere citata come esempio la riuscita esperienza della Provincia di Lodi, che nel 2004 ha istituito il Marchio "Lodigiano terra buona".

Ora, grazie alla legge. La Regione Lombardia, potrà sostenere economicamente gli studi e le ricerche per approntare i protocolli di qualità e offrire il finanziamento per informazione e divulgazione dei Marchi.
 
Le Province devono ora agire con decisione, sull’esempio di quella di Lodi, e portare al Tavolo Istituzionale del Settore Agricoltura le proprie proposte e le istanze dei produttori e delle Associazioni di Categoria.
 
La Regione Lombardia ha fatto tante leggi efficaci, ma nessuna con questa così importante ricaduta: riguarda infatti tutto ciò che arriva sulla tavola di ogni cittadino lombardo. Riguarda i nostri produttori che costituiscono una parte rilevante del PIL lombardo. Riguarda tutti i consumatori che pretendono giustamente la libertà di  scelta informata.
 
Finora l’UE, con la logica della libera circolazione delle merci, non permetteva un marchio esteso a tutta l’Italia o a tutta la Lombardia. Il Marchio sarà Provinciale, riguardando quindi territori meno estesi. Ma l’effetto sarà identico qualora tutte le Province ne capissero l’importanza.
 
Il Marchio Provinciale promuove – come è ben scritto in Legge - la cultura della qualità, della sicurezza alimentare, della salubrità dei prodotti, della rintracciabilità della produzione, della salvaguardia ambientale e della tutela del consumatore.


Si tratta in pratica di un nuovo ed importante strumento per sostenere i produttori - fornendo loro un valore aggiunto attraverso una segnalazione unitaria e riconoscibile - e nel contempo una valorizzazione del territorio e un rispetto dei cittadini consumatori.


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inserito il 1/2/2010 alle 17:50

 

Si è discusso molto in questi giorni della decisione del ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini di introdurre un tetto del 30% alla presenza degli alunni stranieri nelle classi delle nostre scuole. Come al solito, ad un sereno dibattito su una proposta di buon senso, che accoglie una delle istanze da tempo portate avanti dalla Lega Nord, si è preferita una  contrapposizione ideologica volta a riaffermare vecchi pregiudizi sul tema delle politiche di integrazione.

L’ormai trita accusa di razzismo con cui, da alcune parti politiche  si è cercato di “bollare” il provvedimento del ministro, in questo caso non sta in piedi in nessun modo, anzi si può ragionevolmente affermare che sia razzista proprio chi lo osteggia.

Ne spiego sinteticamente il motivo. Pensiamo agli alunni stranieri che vengono inseriti in una prima elementare in un quartiere periferico di una grande città e si trovano in una classe in cui più del 30% degli alunni parla poco e male l’italiano. Riusciranno a stare al passo con la didattica “normale” o dovranno perdere dei mesi per imparare  i rudimenti della lingua italiana per poter seguire in modo efficace le lezioni? E la presenza di altri alunni stranieri, che magari parlano la loro stessa lingua madre o altre differenti e sconosciute, li aiuterà ad integrarsi e ad inserirsi nell’ambiente scolastico o piuttosto contribuirà ad un processo di ghettizzazione? E le classi che rallenteranno i programmi per colmare il gap linguistico riusciranno a recuperare il terreno perduto oppure saranno condannate ad essere da lì in avanti una sorta di classi di serie B?

Mi sembra chiaro che il razzismo in questo caso è quello di chi, pur di agitare una facile e demagogica arma di battaglia politica contro la Lega Nord e le politiche del governo di centrodestra, si rifiuta di aprire un dibattito serio sul problema dell’integrazione.

Se poi guardiamo la vicenda dal punto di vista degli alunni italiani che si trovano in quelle classi esuberanti di compagni stranieri, ci rendiamo conto del disagio delle famiglie nel vedere l’istruzione dei propri figli rallentata a causa dei problemi linguistici di altri alunni.

Questa è la teoria, ma se scendiamo nell’applicazione pratica scopriamo che questi fenomeni sono tutt’altro che ipotetici. In una città a forte presenza di immigrati come Milano, le classi in cui il numero di stranieri sfiora o supera il 50% sono già realtà, e stanno provocando la fuga degli alunni milanesi verso le scuole private.

E’ il buon senso ad indicarci quanto sia necessario affrontare il problema con provvedimenti adeguati. Affrontare la questione significa anche prendersi a cuore il destino della nostra scuola. E’ un dovere della politica risolvere problematiche che rischiano di portare ad un sempre maggiore livellamento verso il basso della qualità dell’istruzione pubblica. Che dovrebbe invece continuare a garantire opportunità per tutti invece che degradare verso una democrazia dell’ignoranza diffusa.

E’ per questo che l’impegno della Lega Nord, a tutti i livelli, compreso quello regionale, si rivolge con grande attenzione al mondo della scuola, sempre con iniziative di buon senso che possano risolvere i problemi veri che avvertono le nostre famiglie e così prevenire la dequalificazione della scuola pubblica

Trasferire sul futuro delle nostre scuole, e quindi dei nostri figli, le contrapposizioni ideologiche all’unico scopo di screditare l’avversario politico (come già accadde ai tempi delle manifestazioni contro la Riforma Moratti in cui ignari bambini venivano messi in prima fila con i cartelli in mano al solo scopo di attirare maggior attenzione mediatica) è una grave responsabilità, un gioco pericoloso al quale non vogliamo in alcun modo partecipare.

 

 

                                                                    

 

 

 

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inserito il 11/1/2010 alle 10:14

Un posto di lavoro su quattro si perde a causa della delocalizzazione. E’ quanto emerge da un’indagine della fondazione ERM (european restructuring monitor), finanziata dall’Unione Europea per studiare caratteristiche ed effetti delle ristrutturazioni aziendali. Basterebbe solo questo dato per descrivere quanto sia destabilizzante il fenomeno della delocalizzazione, che esplica le sue tragiche conseguenze su tutto il sistema produttivo ed occupazionale italiano. Effetti che si fanno in particolar modo evidenti nel sistema lombardo, sempre più boccheggiante anche se ancora oggi motore trainante dell’economia del Paese.

Le speculazioni delle grandi multinazionali hanno determinato nel biennio 2007-2009 la perdita di ben 520 mila posti di lavoro in Lombardia. I grandi gruppi industriali che hanno ristrutturato le proprie aziende trasferendone le attività nei paesi “emergenti” hanno cancellato, solo nei primi 10 mesi del 2009, oltre 40.000 posti di lavoro nella nostra regione. Di questi oltre la metà sono stati persi da imprese con meno di 15 dipendenti. Questo testimonia che la delocalizzazione sta danneggiando in maniera sensibile il tessuto produttivo composto dalle nostre piccole e micro imprese, spesso sub-fornitrici di grandi compagnie industriali. Sono molte le piccole realtà che, specializzate in una fase del processo di produzione, non hanno potuto competere con i Paesi in via di sviluppo e hanno dovuto cessare la propria attività.

I dati appena citati provengono da un sindacato confederale (CISL) e non dalla Lega Nord che da sempre mette in guardia il mondo politico da un modello di sviluppo basato sulla globalizzazione, di cui la delocalizzazione è uno degli effetti. Chi vuole trasferire la propria produzione all’estero, lo faccia pure, se le regole lo consentono, ma senza i contributi dei cittadini. Per questo il Carroccio lombardo ha presentato e fatto approvare dal Consiglio Regionale una mozione che impegna la Giunta Formigoni a non concedere risorse o agevolazioni alle imprese che spostano le loro attività all’estero, con conseguente perdita dei posti di lavoro “locali”.

Le realtà produttive lombarde vanno tutelate – secondo la mozione - anche attraverso contributi e forme di defiscalizzazione, a condizione però che conservino l’attività nei luoghi di origine, mantengano forza lavoro locale o assegnino commesse ad imprese dell’area di appartenenza. La crisi si sta riflettendo soprattutto nelle aree dove il tessuto produttivo è maggiore, quindi al Nord, con in testa la nostra Regione, che sta conteggiando numeri impensati di ricorsi alla cassa integrazione e di messe in mobilità, anticamere del licenziamento. La Lega ha voluto ribadire la sua posizione: giusto intervenire a sostegno del mondo imprenditoriale, a patto però che questi contributi siano utilizzati anche per salvaguardare i posti di lavoro dei lombardi e non per sanare il bilancio di aziende pronte poi ad investire in paesi di comodo.

Tags: lavoro, globalizzazione     Categoria: Idee e proposte
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inserito il 26/11/2009 alle 11:17

Mi ha colpito particolarmente la notizia del rinvenimento di un laboratorio tessile clandestino, ieri a Casorate Sempione. Ma lo stupore non è solo per l’aspetto disumano della vicenda, viste le condizioni a cui erano costrette queste persone: un insulto alla civiltà e a secoli di battaglie culturali per i diritti di chi lavora. Piuttosto per il riflesso politico, dato che la vicenda è emblematica e costituisce un invito a tenere alta la guardia su due temi come immigrazione clandestina e concorrenza sleale alle nostre imprese. Oggi, alla luce di quanto emerso, questi temi confermano la loro attualità e urgenza testimoniano inequivocabilmente come le battaglie messe in atto dalla Lega in questi mesi e in questi anni, siano giuste e sacrosante, e anzi vadano perseguite con sempre maggior decisione.

Dietro le quattro mura della villetta-lager di Casorate Sempione non si nascondevano soltanto cinquanta cinesi costretti a vivere in condizioni disumane in mezzo alla sporcizia, ma anche dodici clandestini.

Emerge quindi innanzitutto un problema di contrasto all’immigrazione clandestina che si fa prioritario e necessita di iniziative incisive e controlli che vadano oltre l’ordinarietà per applicare le leggi esistenti con decisione. Plaudiamo in questo senso all’introduzione del reato di clandestinità, una fattispecie che aiuterà le forze dell’ordine a combattere un fenomeno che, al di là della più eclatante questione dei respingimenti, è ancora presente e sommerso anche nei luoghi più impensabili, come la nostra Casorate.

Chi oggi approfitta di un ruolo istituzionale ottenuto in una logica di coalizione per condurre una battaglia politica e culturale che non condividiamo per nulla, dovrebbe spiegarci alla luce di questa vicenda se è più “stronzo” chi chiede leggi rigide ed efficaci per frenare l’immigrazione indiscriminata oppure chi sfrutta in modo becero i propri connazionali costringendoli alla schiavitù per ottenere guadagni illeciti. L’illusione della libertà e di una vita decente, che probabilmente ha portato i cinquanta cinesi di Casorate ad accettare di vivere in quelle condizioni, merita rispetto e comprensione ma il nostro Paese, a maggior ragione in un momento di crisi economica che mette in ginocchio i nostri lavoratori, non è in grado di accogliere tutti senza filtri. Servono dei freni e una politica seria di contrasto, come quella che il governo sostenuto dalla Lega sta portando avanti. Ce lo chiedono innanzitutto i cittadini, che hanno capito che la misura è colma e che il tempo dell’Italietta all’acqua di rose che alla fine trova una soluzione per “mettere a posto” tutti (vedi le sanatorie del passato) deve finire una volta per tutte.

Il fatto che poi questa attività clandestina sia proseguita per mesi e mesi nel mezzo di una comunità viva e attiva come quella di Casorate Sempione deve farci riflettere. Forme di attivismo da parte dei cittadini in materia di sicurezza, come le ronde dei volontari e il “controllo di vicinato”, che mettono in pratica le disposizioni del decreto Maroni, sono un modello da estendere ed incentivare per bloccare sul nascere fenomeni di illegalità così palesi. Non dobbiamo far passare una cultura dell’omertà che non appartiene alla nostra gente: il cittadino comune è tenuto ad esercitare un controllo che definirei morale per frenare la deriva dell’illegalità “sotto casa”. Non possiamo più dare campo aperto a questi fenomeni né lasciare tutta la responsabilità e le incombenze della battaglia all’immigrazione clandestina sulle spalle delle forze dell’ordine. Le amministrazioni locali in particolare hanno il dovere di impegnarsi attivamente per convogliare le energie positive dei cittadini su iniziative concrete e per dare risposte al bisogno di sicurezza e di controllo della legalità che sta sempre più emergendo.

Anche perché, e la vicenda di Casorate ce lo dimostra, la controparte degli schiavi cinesi clandestini sono le nostre piccole e medie imprese che chiudono e lasciano a casa i lavoratori. Chiediamoci quante aziende varesine possano essere state colpite dalla concorrenza sleale di questo laboratorio che realizzava i propri prodotti tessili illegalmente e a costi irrisori per poi addirittura immetterli sul mercato con l’etichetta falsa “made in Italy”. Oltre al danno, la beffa.

Ma anche su questo punto non possiamo limitarci ad una sterile indignazione, dobbiamo agire e mettere in atto quelle disposizioni legislative che siano in grado di porre un argine a sistemi di produzione fuori regola che colpiscono la nostra imprenditoria sana. Il progetto di legge sull’etichettatura obbligatoria nel tessile, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, va sostenuto da tutte le forze politiche con la massima decisione, per dare uno strumento efficace per limitare il diffondersi a macchia d’olio di quei fenomeni di illegalità e di contraffazione che minano la stabilità del nostro sistema industriale.

Con la crisi che incombe, le piccole e medie imprese del nostro territorio fanno sacrifici fino a lavorare in perdita pur di resistere e di non arrendersi allo spettro della chiusura o, peggio, del fallimento: pagano le tasse, rispettano ferree regole in materia di igiene e sicurezza sul lavoro e di inquinamento ambientale e sull’utilizzo di materiali non nocivi, e si trovano a dover competere con concorrenti che ignorano le più elementari regole di civiltà. Le nostre imprese – soprattutto quelle piccole e medie e quelle artigiane che costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana e che spesso sono state considerate alla stregua di “mucche” da mungere, fiscalmente parlando – vanno adeguatamente incentivate, anche con la riduzione delle tasse e con misure di sostegno ad hoc come quelle che prevede regolarmente la Regione Lombardia per favorire l’innovazione tecnologica, l’aggregazione, l’internazionalizzazione, la qualificazione dei lavoratori.

Ma prima di ogni altro discorso e intervento legislativo, dobbiamo capire che stiamo combattendo una battaglia culturale per la difesa del nostro tessuto sociale e imprenditoriale e in definitiva del nostro futuro. La vecchia “favola” della globalizzazione come opportunità da cogliere per lo sviluppo, cela dietro di sé tante storie di sfruttamento e di concorrenza sleale come quella di Casorate: è un sistema che ingrassa pochi e mette in ginocchio molti, dai cinesi costretti alla moderna schiavitù ai nostri imprenditori e lavoratori costretti alla chiusura delle loro aziende e alla disoccupazione. Se vogliamo difendere il nostro benessere, costruito in tanti anni e con il sacrificio dei nostri padri, dobbiamo scendere in campo tutti, senza distinzioni: lavoratori, imprenditori, consumatori, tutti insieme per dire “no” ad un’invasione apparentemente invisibile ma che in realtà è già nel cortile di casa nostra.

Tags: politica, immigrazione     Categoria: Persone, Idee e proposte
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